• Pubblicazione del 15 Ottobre 2014 ore 19.00
  
  

The Look of Silence. Solo la verità può catalizzare il perdono

Il Cartellone. Foto http://www.mymovies.it/104818/di Gianluca Gioia - 

Alla 71esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia , il film del reale ha vinto il Gran Premio della Giuria, ma a distanza di qualche settimana The Look of Silence, di Joshua Oppenheimer, arrivato nelle sale cinematografiche è stato definito da Errol Morris (premio Oscar e documentarista statunitense) “uno dei documentari più grandi e potenti che siano mai stati girati, un intenso commento alla condizione umana”.

Come con il precedente film, The Act of Killing, Joshua Oppenheimer ha fatto per l’Indonesia con i suoi documentari quello che di solito la magistratura porta a termine dopo un’inchiesta. La verità è che in Indonesia si è ucciso nel nome della religione e del pudore e lo si è fatto impunemente, con il consenso di tutti. Per paura o per ignoranza.
The Act of Killing aveva rotto per primo il silenzio sul genocidio di un milione di persone perpetrato dai commando di cittadini sobillati dagli accoliti del generale Suharto tra il 1965 e il 1967, con il complice silenzio assenso degli Stati uniti d’America, interessati a reprimere un partito comunista nascente. The Look of silence torna a stanare gli aguzzini che ancora sono viventi e, anche questa volta, mostra che i delitti compiuti sono rimasti senza castigo perché ritenuti giusti dal popolo. O almeno spinti a essere ritenuti giusti. Ma il film ha un secondo fine: solo la verità può catalizzare il perdono.
Protagonista è Adi, il fratello di Ramli, una delle vittime dello sterminio. I suoi genitori l’hanno messo al mondo proprio per superare quella perdita, due anni dopo la morte del loro unico figlio. Adi che vede per ore e ore The Act of killing su un vecchio televisore, vuole incontrare di persona gli assassini del fratello e guardarli in faccia. Lo fa per poterli perdonare. E’ questo il fulcro del secondo film di Oppenheimer.Adi e Joshua Oppenheimer. Immagine da http://www.film.it
Il regista fa entrare lo spettatore nelle case dei carnefici superstiti e, a volte quasi grottescamente, mostra cosa significa vivere in quelle condizioni di arretratezza culturale. Il film mostra che quegli assassini non provano alcun rimorso, anzi rievocano, mimano i carnefici che furono in passato, davanti ad Adi, alle proprie mogli e ai propri figli, come se nulla fosse. Il campionario mette ko le nostre coscienze con il sangue delle vittime bevuto dai capi commandos di quartiere (un rito per non impazzire), con intestini srotolati, crani fracassati e peni recisi. Non si vede una delle violenze perpetrate in quegli anni, ma c’è tutto il racconto. C’è una gestualità e una capacità narrativa che supera qualsiasi premio Oscar. Ma c’è anche una profonda povertà di valori negli interpreti inconsapevoli di questa trama.
Adi è un optometrista: il suo lavoro sembra catartico perché riesce ad aiutare i vecchi miopi a vedere grazie a un paio di occhiali. I suoi assistiti, infatti, non vedranno solo il presente, ma saranno spinti a guardare anche il loro passato.

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