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  • Pubblicazione del 15 Ottobre 2014 ore 19.00
  
  

“Giustizia negata”. In attesa di una vera riforma

Il nome affibbiato dai romani al simbolo della “Giustizia”: Palazzaccio. Foto Giorgio CastoreEra il 29 dell’agosto u.s. quando il Consiglio dei Ministri comunicava al Paese, con giusta enfasi, di avere finalmente messo mano alla riforma della giustizia.
ITALIANI, prima di parlarne, aveva ritenuto opportuno, leggere.
Oggi, a distanza quasi di tre settimane, dobbiamo per il momento accontentarci di quanto trapelato.
Un ritardo che invero ha destato qualche preoccupazione; sono state insinuate infatti ingerenze esterne, prontamente negate; staremo a vedere.

Se alla fine il decreto risulterà in linea con le promesse e le anticipazioni, nulla quaestio; diversamente, visto che il decreto rappresenta un primo passo di una lunga ed ampia riforma, cominciamo male.
È così che alla luce delle passate esperienze, a mente delle difficoltà incontrate da tutti i Governi della Repubblica che si sono cimentati nell’impresa - i quali, quando hanno doverosamente sfiorato i magistrati ed il loro ruolo, hanno poi finito con il ridimensionare i propositi e vanificare le riforme - è difficile frenare i dubbi.
E la lettura dei giornali al riguardo non ci conforta.
Né tantomeno la coincidenza con le imminenti nomine dei membri del CSM e della Corte Costituzionale.
Chi non ricorda il pungente aforisma di colui il quale, al di là dei suoi peccati, aveva certamente esperienza e dimestichezza con queste cose e soleva dire “a pensar male si fa peccato, ma si indovina”.
Speriamo siano solo illazioni.
Certamente dopo avere aspettato tanto, non saranno pochi giorni ancora (così assicura il Guardasigilli) a sconfortarci.
Sempreché, lo ripetiamo, il ritardo non sia motivato dall’esigenza di recepire interessi di parte a dispetto di quello generale.
Quanto al Governo è innegabile che si sia impegnato; e che stia provando seriamente a migliorare il sistema; anzi è doveroso riconoscergli che qualche sforzo lo ha già fatto, in coerenza con quanto il suo Ministro aveva promesso.
L’On. Orlando infatti, in tempi non sospetti, quando il suo partito era all’opposizione e la riforma della giustizia era il cavallo di battaglia di Forza Italia e del suo leader (anche per questioni personali) aveva ripetutamente anticipato il suo pensiero.
In una intervista a “Repubblica”, nel denunciare la gravità sociale della c.d. “giustizia negata”, aveva evidenziato l’enorme impatto che l’amministrazione della giustizia aveva avuto sul sistema economico e sui rapporti sociali, che era finito con l’essere una vera e propria palla al piede per il sistema Italia; al punto che egli, nella qualità di responsabile del settore giustizia del suo partito, a condizione che Forza Italia mettesse da parte le questioni personali di Berlusconi, aveva offerto la collaborazione dell’opposizione alla maggioranza ad una serena soluzione del problema giustizia; nell'occasione non aveva omesso di estendere la sua critica all’intera macchina giudiziaria: dalla giustizia civile, a quella amministrativa, a quella penale; e senza fare sconti a nessuno: dagli avvocati, ai magistrati, a tutti gli addetti ai lavori; evidenziando il grave danno sociale ed economico che questo sistema giudiziario, con la collaborazione (complicità?) di tutti, aveva arrecato.
A tale scopo - alla predetta condizione - aveva proposto un cammino condiviso da sviluppare nell’arco della legislatura.
Oggi, da Ministro, ha ripreso il discorso.
Partendo saggiamente, forse anche per i timori di cui anzi, dal processo civile, o meglio dalla parte meno complicata di questo.
Ma un conto è parlare a nome dell’opposizione, un conto farlo a nome della maggioranza.
Specie in un campo in cui tanto l’una, quanto l’altra, sembra temano soprattutto il “fuoco amico” o pseudo tale.
Aspettiamo comunque di leggere questo primo decreto, vediamo cosa si riuscirà a fare alla fine per il processo civile, e confidiamo che si metta poi mano anche al processo amministrativo e a quello penale.
Per ora le anticipazioni sono apparse coerenti, a partire dalla valorizzazione (e doverosa calmierazione dei costi) della “giustizia alternativa” … attraverso gli istituti della mediazione, della negoziazione assistita e dell’arbitrato … sino alla semplificazione (e velocizzazione) delle procedure della giustizia ordinaria.
La speranza è quella di ridurre, da un canto, i 5 milioni di cause civili attualmente pendenti, contenendo la loro crescita annuale media quantificata nel 7,5%, dall’altro, la durata delle stesse oggi pari a circa 7 anni e mezzo cadauna.
Dovrebbero poi seguire … la giustizia amministrativa, e, infine, quella penale, che egli stesso nella citata intervista diceva condizionata da “… un corpus ipertrofico di norme generate dall’ossessione securitaria e dalla sbornia forcaiola. La combinazione tra l’ipertrofia delle norme penali … ha generato un sistema processuale che obiettivamente punisce secondo criteri di classe ….
La questione dei tempi del processo – o meglio della sua ragionevole durata – andrebbe infatti affrontata (n.d.r. aggiungeva) riferendola sia all’ambito penale sia a quello civile. Si possono ipotizzare tempi massimi per la durata del procedimento (seppur senza prevedere prescrizioni processuali automatiche), ma questi dovrebbero essere parametrati distretto per distretto in rapporto alle risorse disponibili, al numero di magistrati in ruolo, al personale amministrativo e al numero dei procedimenti. Si potrebbe inoltre ipotizzare un percorso di convergenza pluriennale verso un range omogeneo a livello nazionale …”.
A questo punto aspettiamo di leggere e riparliamone, perché la riduzione delle ferie dei magistrati da 45 a 30 giorni e la chiusura dei tribunali ridotta dal 6 al 31 agosto appaiono un po’ pochino, rispetto alle attese.

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