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  • Pubblicazione del 15 Ottobre 2014 ore 19.00
  
  

Di chi sono i voti del PD?

Il Presidente Renzi partecipa al Vertice ONU sul clima il 23/9/14. Foto: T. Barchielli – F. AttiliAssistiamo in questi giorni con apprensione ai contrasti tra le varie parti che da una parte e dall’altra riesumano basse antiche metodiche che ci illudevamo di avere lasciato alle nostre spalle.
Gli argomenti in campo sono tanti e tra tutti primeggiano quelli sulle nomine al CSM, alla Corte Costituzionale, sulle eventuali incompatibilità, sull’art. 18; più in generale, sull’appoggio esterno del PdL, ed in un probabile futuro della resuscitanda FI, a Renzi e sul relativo costo; e in definitiva su di chi sono i voti del PD.

L’idea che traspare che ciascuna parte tenti di far di tutta l’erba un fascio al fine di strumentalizzare una cosa a dispetto dell’altra ed a proprio vantaggio.
“Ed intanto”, diceva Totò, “io pago!”.
In conclusione, sul tutto, col paese allo sbando ed il nostro premier in USA, con un’agenda di appuntamenti che non impressiona nessuno, si torna a parlare di elezioni.
L’impressione è che se gli argomenti venissero scissi e affrontati onestamente uno per uno sarebbe agevole risolverli ma non lo si voglia.
Proviamoci noi, pur sapendo che le nostre ipotesi sono puramente accademiche, verranno bellamente ignorate, e su tutte prevarrà la ragione del momento, che nulla ha a che vedere con quella di Stato.
Il nodo “Bruno” - quello “Violante” non dovrebbe esistere seppure ne dipende - è tutto suo; e quello che pesa sulla possibilità di scioglierlo, più di qualsivoglia indagine che lo riguardi - giacché nessuno dovrebbe essere pre-giudicato in seguito ad una attività di indagine -, è la sua storia politica sua e quella del suo sponsor, dal quale è stato designato.
A queste nomine sono indissolubilmente legate quelle del CSM.
Al riguardo i nostri parlamentari elettori, oltre ai loro equilibri di forza, farebbero bene a pensare al bene comune; a tener presente quindi il compito che all’eligendo si vuole affidare: quelli di Giudice Costituzionale e di Membro laico del CSM; di norma dovrebbero pesare i meriti, le competenze e le compatibilità. Valutino loro; noi non possiamo che stare a guardare. A volte sgomenti.
Quanto all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, ovverossia in sintesi al diritto del lavoratore alla reintegrazione nel posto di lavoro nell’ipotesi di licenziamento illegittimo, credo che l’italiano medio - almeno che non sia direttamente coinvolto - ritenga le contrapposte osservazioni entrambe fondate.
L’eliminazione di questo diritto è certamente una diminuzione della tutela che negli ultimi quarantaquattro anni (ovverossia dall’entrata in vigore della legge 300/70) ha rappresentato per i datori di lavori una remora a comminare licenziamenti illegittimi e per i lavoratori licenziati ingiustamente la speranza di ottenere una piena riparazione.
È anche vero che nel tempo però è cambiato anche il concetto del bene tutelato; ovverossia il “posto fisso”, non più è di moda, né tantomeno è coerente con l’economia ed il mercato.
Questo tipo di tutela (il Prof. Giugni non ce ne voglia) è così divenuta obsoleta; e se ne era resa conto, prima ancora del legislatore, la magistratura del lavoro che aveva modificato nel tempo la sua applicazione, al punto che nelle sue sentenze di “reintegrazione” non si parlava quasi più.
Ciò nondimeno la sola esistenza di tale disposizione, per il suo uso nel passato più che nel presente, rappresenta indubbiamente un freno alle assunzioni, ed agli sperati investimenti, soprattutto esteri.
Il Premier aggiunge poi: l’art. 18 peraltro riguarda solo una parte dei lavoratori; tutela chi ha il “posto fisso” ed esclude i precari, i lavoratori a tempo determinato et similia. E non sbaglia.
Indubbiamente la norma è datata ed andrebbe adeguata alla nuova realtà del Paese e dell’Europa.
La sua abolizione però, giusta o ingiusta, suona come di “destra” e non si addice al Segretario di un partito di sinistra quale è per l’appunto Renzi.
Ed è a questo punto che lo stesso PD, ovvero la sua sinistra, con il suo sindacato di riferimento, insorge e grida allo scandalo; l’eco che però alla fine rimbomba sembra dire: “Se no noi che ci stiamo a fare?”
A questo punto, se sotto sotto non ci fosse dell’altro - di cui diremo a chiudere tra breve -, la cosa dovrebbe essere risolta come in un Paese progredito con un confronto civile e - vista l’incidenza - aperto a tutte le parti.
Di contro se ne tenta una strumentalizzazione che rischia di finir male.
Veniamo quindi al nodo fondamentale che viene al pettine: i voti del PD.
Di chi sono? Renzi ne rivendica la titolarità e si vanta di avere portato il partito al 42%, contestando di contro a quella che con il suo aplomb chiama “vecchia guardia” di averlo prima di lui (quando lui non c’era) ridotto al 25%.
In realtà qualcuno pecca di presunzione e rischia di ingigantire i propri meriti.
In realtà, il partito che prima di Renzi aveva assunto la denominazione di PD era divenuto il porto in cui s’erano riparati più superstiti di vario credo ed ideologia; e che, pur fondando sullo zoccolo duro del vecchio PCI, arricchito dal limitato apporto dei suddetti, ma che proprio per questa meditata accoglienza che lo aveva trasformato in una diversa identità, aveva subito oltre al cambiamento quel ridimensionamento che oggi rinfaccia Renzi.
Questo PD, con l’immagine nuova di Renzi, certamente anch’egli portatore di voti, si è così presentato alle ultime elezioni in un contesto in cui le vicende giudiziarie di Berlusconi e quelle di piazza di Grillo, avevano preoccupato enormemente una buona parte di italiani, suggerendo loro, per amore di nessuno, ma per carità di patria e desiderio di salvezza, di affacciarsi allo stesso porto; consentendo così di raggiungere il 42% al PD, che ora litiga, discute e si chiede di chi erano quei voti.
La risposta è semplice: erano degli italiani; i quali danno loro l’ultimo consiglio: “vedete di non perderli.

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