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  • Pubblicazione del 15 Ottobre 2014 ore 19.00
  
  

La guerra dei “mille giorni”

Comunicazioni di Renzi al Senato. Foto: Tiberio Barchielli e Filippo Attilidi Roberto Mostarda

Il passato dell'Europa, e di riflesso quello degli staterelli italiani vassalli dei grandi imperi di allora, ricorda le interminabili guerre religiose ed economiche che sconquassarono il vecchio continente: quella dei 30 anni, quella dei 100 anni!

Nell'Italia di oggi ci limitiamo a mensilità o giù di lì. Ecco dunque che l'impegno di governo del premier Renzi, i mille giorni sino alla conclusione della legislatura naturale, si stanno modificando in una sorta di vera e propria “guerra dei mille giorni”!
L'impeto riformatore, la spinta al cambiamento che il premier ha voluto imprimere nell'azione dell'esecutivo e al Parlamento si stanno scontrando – inutile negarlo e lo abbiamo più volte ricordato e commentato – con resistenze tanto pesanti quanto prevedibili ad un'analisi non specialistica dei guai italiani. Ecco dunque che Renzi parla di cambiamenti anche “violenti” e di scontro ideologico e viene contraccambiato con la stessa moneta! Dal Quirinale, sul lavoro come anche su molti altri terreni, viene un esortazione ad agire con coraggio e a spezzare le catene consociative e burocratiche che stanno condannando il paese in tutti i settori. Non è infatti un caso che non vi sia un ambito della vita italiana che non sia segnato da lentezze, arretratezza, ingiustizie, irregolarità, ritardi nell'accezione più benevola!
La distanza tra il governo – che nella persona del premier gode di un gradimento superiore al voto della sua maggioranza – e il Parlamento sembra aumentare ogni giorno che passa, la deterrenza di vecchie aree politiche e ideologiche trova ogni passo, ogni spiraglio per assestare colpi in direzione contraria, per rallentare il cammino già lacunoso ancorché generoso delle riforme annunciate ma ancora nel guado. C'è chi contava in questo impantanarsi nelle sabbie mobili delle commissioni, nei codicilli e nelle eccezioni, nello svuotamento scientifico e progressivo della portata di cambiamento di ogni provvedimento.
Ricordando il grande Totò che in una delle sue fantasiose invenzioni sceniche osservò “non so se l'erba campa e il cavallo cresce, ma bisogna avere fiducia”, siamo plasticamente dinanzi alla caratteristica più significativa della crisi: la sua indeterminatezza. Nessuno sa dove mettere realmente le mani e tutti i fori che avrebbero dovuto nel tempo capire, sostenere, accompagnare i cambiamenti e la conseguente analisi sono ora i templi della deterrenza, della spinta al contrario. Non sono stati capaci di capire i cambiamenti in tempo e, non volendo ammetterlo pena la loro stessa inconcludente fine, cercano di mantenere sotto il tappeto le loro storiche responsabilità, come dimostra la battaglia sul lavoro e affini.
Non esiste ovviamente una formula certa per avere fiducia nel nuovo e nel futuro, si può desiderare, aspirare, pretendere anche, ma non vi è alcuna certezza che essa sia assicurata, né nei rapporti sociali, né in quelli umani. Tanto meno in quelli politici, dove non di fiducia dovrebbe parlarsi ma di convenienza!
L'ora della verità, però, si avvicina... per tutti! E ognuno dovrà prendere atto delle conseguenze. Una cosa è certa. L'Italia non può tornare indietro e non soltanto perché lo chiede l'Europa ma perché nel dna degli italiani è ormai iniziata la mutazione genetica e nulla sarà più come prima anche se qualcuno si sforza perché così appaia!!!
Premier, governo, maggioranza sembrano intenzionati ad andare per la loro strada, il Paese – sondaggi alla mano – spezza ancora la lancia a favore di chi con il sorriso e l'ottimismo cerca di trasfondere una visione possibile di un futuro da riagganciare che tutti ci riguarda.
L'alternativa sono le facce terree, pessimiste, ai limiti della iattura che da decenni abituati solo a criticare, condannare, mettere all'indice - nascosti e annidati nelle ridotte del “passato glorioso mai realizzato” - non sanno più che cosa voglia dire “vivere”, decidere, cambiare con determinazione, coraggio e anche un po' di sana incoscienza! Il Paese questo preferisce alla “incosciente” e criminale deriva nella quale certi santuari ideologici continuano a volerci trascinare. Coraggio, come dice Napolitano, è tempo di andare e di impegnarsi sulle cose serie, non sui simulacri!

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