Avanti veloce, quasi adagio, stop!

Renzi_al_vertice_di_Bruxelles_20140306-Foto_lab_foto_Chigidi Roberto Mostarda

E' forse troppo presto per trarre delle conclusioni meditate su quanto il governo Renzi sta facendo e su quanto sta rispettando il “cronoprogramma” che si è dato, con un termine che fa pensare alla corsa, allo sprint. Farlo sarebbe ingeneroso per il troppo poco tempo trascorso. Agli annunci di rottura del sistema precedente si stanno accompagnando sforzi e tentativi di mettere in atto quel che ci si prefigge per riformare le istituzioni, rilanciare l'economia, creare nuova occupazione stabile, riavviare la crescita e il livello economico degli italiani.

Un compito immane che, dunque, non si può realizzare in poche settimane, laddove altri esecutivi dotati di ampie maggioranze hanno fallito.
Il primo passo concreto della riforma elettorale, ad esempio, è avvenuto con l'approvazione ad ampia maggioranza (ma non certo amplissima) della bozza dell'Italicum. Ma quale bozza e per quale riforma? Ancora non si è compreso se la riforma varrà per la Camera e non per il Senato che si accinge ad esaminarla. Ancora non si comprende quale debba essere il cammino per arrivare al Senato rinnovato ed espressione dei territori, una sorta di Camera Alta, sulla scorta di altre legislazioni costituzionali europee. Nessuno sa quando il Senato sarà riformato e con quale sistema sarà eletto, o addirittura se sarà elettivo di primo grado, dai cittadini, o di secondo, dalle autonomie. Insomma, un passo avanti c'è stato, normativo e parlamentare, ma per dove è ancora presto per dirlo.
Ecco quindi, il senso del nostro titolo. Partenza bruciante, prime difficoltà, rischio di blocco parziale o completo.
Un discorso che riguarda sia le questioni istituzionali, ma anche gli altri campi di intervento come l'economia, la burocrazia, il lavoro, il rapporto con le forze sociali e sindacali e non ultimo il piano dell'etica politica e di governo. Il rischio immanente e paventato da molti sostenitori di Renzi e dai suoi avversari è che la foga oratoria e la spinta riformatrice possano generare, se non condotte saggiamente, un corto circuito generale. Ultimo atto della confusione scaturita dalle elezioni dello scorso anno e un evento che il paese non può più permettersi, neanche in ipotesi.
Andiamo con ordine. Sul piano politico, abbiamo detto che si avverte un movimento ma che è tuttora impastoiato da resistenze visibili e invisibili. Il caso vuole che, per quelli che si indicano come “corsi e ricorsi” della storia di vichiana memoria, il fulcro delle resistenze (spesso all'origine delle cause scatenanti del corto circuito) sia nel partito del premier. Come in una nemesi, il partito maggiormente rappresentato in Parlamento sembra aver contratto il virus che bloccò la Dc. Quella balena bianca che tutto metabolizzava e frenava qualsiasi tentativo di accelerazione delle dinamiche politiche. Ad apparire in questa veste, paradossalmente, è la vecchia guardia post comunista e i suoi sostenitori. Sono loro che per tentare di salvare la propria egemonia messa in discussione da Renzi, stanno rallentando e complicando il cammino dell'esecutivo. Per ragioni teoriche, storico politiche anche valide, ma non più applicabili alla realtà mutante di questi anni non solo in Italia.
A questo si aggiunge una novità foriera di sviluppi imprevedibili. Per la stessa ragione appena indicata, sta verificandosi quel che mai è avvenuto in passato: una divisione, quasi una spaccatura nel maggior sindacato italiano, la Cgil, cioè a dire il fulcro più importante del sistema di potere locale e nazionale della vecchia sinistra. Il fatto poi che il premier sembri dialogare con il movimentismo sindacale la Fiom di Landini (guida della fronda alla Camusso) non può che far presagire problemi e complicazioni nei rapporti con tutti gli altri sindacati!
Se questo è vero, e lo è perché accade davanti ai nostri occhi, non potrà non avere profonde ripercussioni sull'economia e sull'imprenditoria che attende risposte chiare e definitive sul fronte delle risorse che l'esecutivo intende mettere in campo per alleggerire il carico fiscale opprimente che affonda le nostre imprese e riavviare i meccanismi di ripresa. Come riuscirà Renzi a conciliare il recupero delle retribuzioni insieme ai meccanismi di consultazione sindacale pretesi da Landini contro le altre forze sindacali e a far accettare agli imprenditori contemporaneamente, aumento delle retribuzioni, aumento dell'occupazione e sviluppo e con quali risorse e come allocate, resta ancora un mistero indecifrabile. Per ora segnato soltanto da un balletto di cifre, parole smozzicate, tweet beneauguranti e poco più.
Altro nodo, quello della burocrazia, la vera palla al piede di ogni azione riformatrice del nostro paese, elemento di complicazione, affastellamento, rallentamento, ritardo, di ogni azione che tenti di rovesciare la situazione. Spending review a parte (importante ma non da sola risolutiva) quel che serve è semplificare, snellire, lasciar muovere il sistema, lubrificando i nodi cruciali. Di questo per ora non si ha traccia nelle azioni ma se ne vede qualche elemento solo nelle affermazioni di principio.
Ma ogni atto, come il job act, in primis, non fa un passo se la burocrazia pone immediate le sue regole, regolette, codicilli e via dicendo come ben sa ogni cittadino che con essa abbia a che fare.
In ultimo, ma non per ultimo, sia consentita una riflessione di etica politica. Se si nasce per rinnovare, spezzare le catene consuetudinarie, le abitudini inveterate che la gente non comprende più (per questo vota a casaccio come i 5Stelle), non si comprendono errori madornali come quelli di inserire tra i sottosegretari persone coinvolte a vario titolo e modo in vicende giudiziarie. Bastava cambiare persone senza guardare in faccia al manuale Cencelli! Ma quel che più colpisce in proposito è, per rimediare all'errore, l'applicazione di due pesi e due misure con un sottosegretario costretto a dimettersi perché legato a un piccolo partito della coalizione e su richiesta del Pd e poi impedire a sottosegretari del partito del premier di dimettersi in ossequio al principio dell'innocenza sino a condanna definitiva. Un principio di garanzia e di democrazia certo. Peccato che il primo sottosegretario non risultasse indagato al momento della richiesta, mentre gli altri, quelli del Pd, lo sono! Si attendono spiegazioni che non arriveranno mai. Allora è vero che siamo tutti uguali ma che qualcuno è “più uguale degli altri”?
Intanto … avanti veloce, quasi adagio, stop! O forse indietro? Speriamo di essere smentiti!