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  • Pubblicazione del 15 Ottobre 2014 ore 19.00
  
  

Argentina. Momento cruciale

Buenos Aires: il Congresso. Foto: Prospero Saponedi Dante Ruscica

BUENOS AIRES- Si dibatte molto in questi giorni la ricerca –vera o supposta– d’un termine tecnico veramente indovinato per definire quanto sta per succedere, quanto succederà (o non succederà) fra pochi giorni in Argentina.

E non si tratta certo di semiologia o di sottile e raffinato ripasso etimologico, anche se –stranamente coi tempi che corrono– esiste pur tanta gente disposta a sciupare tempo, carta e inchiostro nella disinformazione, uscendo da precisi inevitabili binari e sviando sovente dal giusto alveo discorsi e prospettive che sanno chiaramente di dramma...
Insomma, si arzigogola quasi con spasso sul termine default, che a questo punto tutti –in tutto il mondo– sappiamo cosa vuol dire nella realtà di un Paese e di tutta una società.
In concreto: è bene tener presente che sarebbe disastroso per questa società un inciampo del genere a poco più di dieci anni da  analoga ricaduta di cui tutti abbiamo memoria. In omaggio al popolo argentino, in realtà, bisognerebbe che ognuno –con la mano sulla coscienza si adoperasse per scongiurare tale prospettiva. E infatti non mancano in questi giorni impegni, testimonianze, proposte e comportamenti volti ad evitare il nuovo uragano finanziario che poi diviene rapidamente sociale con le gravi conseguenze che nessuno può ignorare. Quando c’è sentore di guerra non si può aspettare che il conflitto esploda per chiedere poi generosamente di cessare il fuoco e magari andare in conferenza su qualche bellissimo lagoa dibattere la questione.
La solidarietà va dichiarata prima, in tempo, se può servire a evitare il peggio, senza stare a dibattere se al massimo ci potrà essere un conflitto, una violazione di patti, un agitare di fucili alla frontiera... o una guerra vera e propria.
E in tal senso –per fare un esempio– va detto che in Argentina in questi giorni è stata giustamente valutata una lettera del nostro presidente del Consiglio alla presidente locale, parlando di vicinanza italiana e in pratica di appoggio.
L’Italia si è così collocata al posto giusto, aggiungendo tempestivamente la propria solidarietà a quella espressa all’Argentina da tutte le nazioni latinoamericane, come per altro han fatto la Francia e tanti altri Paesi.
L’Italia, poi, nei confronti dell’Argentina –come sappiamo– non potrebbe certo tradire la storia di relazioni e vincoli fortemente qualificati da una solida tradizione di “hermandad” –o fratellanza– che costa caro dimenticare. Altrimenti passa tutto al libro della retorica e dell’ipocrisia. Ci sono momenti cruciali, gravidi cioè di rischi e conseguenze che non riguardano un governo, ma un Paese intero con la sua società di cultura e di lavoro, di produzione e investimenti, di salari, di prezzi, d’inflazione e di disoccupazione, che non sono parole da studi etimologici e da ricerche semantiche.
Di fronte a tali rischi non si può stare a guardare. Insomma, se l’Argentina viene sospinta alla berlina del default, la pagheranno cara le famiglie argentine che sono –per oltre la metà– italiane, almeno di origine. Nell’aprile del 1982 la guerra delle Malvine non vide l’Italia tra i paesi (anche europei) che aderirono alle sanzioni volute dalla controparte; non poteva essere: nel lontano Atlantico del Sud c’erano legioni di poveri figli di famiglie italiane a combattere. E –più lontano ancora, un secolo fa– è scritto nella storia che i vapori si riempirono di ragazzi partiti dal porto di Buenos Aires per andare a combattere per Trieste e Trento. E tanti non tornarono...
Certo, questi vincoli –realmente viscerali– vanno alimentati sempre e non solo di fronte alle tragedie: anche se bisogna anche operare per il consolidamento della più rigorosa reciprocità, altrimenti non vale.
Dopo un decennio di “relazioni a bassa densità”, come dicono i diplomatici, a causa dell’improba vicenda del “tango-bons”, anche la prossima visita ufficiale del ministro Federica Mogherini a Buenos Aires dopo la menzionata lettera del presidente Renzi coglie il momento giusto e ne va auspicato il pieno successo.
Quanto alla prospettiva concreta del possibile default, va detto –ma ancora è tutto dubbio– che esistono serie possibilità di evitarlo, a cominciare dalle severe critiche –che si levano anche negli Stati Uniti– per un certo tipo di sentenze sorde e cieche che sembrano suppostamente ispirate solo al culto dei commi codificati, in barba a tutto il resto. I termini della situazione sono noti. Vale la pena ripeterli? L’Argentina vuole pagare i creditori concordati, la sentenza favorisce un gruppo di “buitres”, cioè di avvoltoi, speculatori (non più i creditori iniziali, autentici), cui bisognerebbe pagare “tutto e subito”. L’Argentina  chiede il rinvio di tale pagamento fino al primo gennaio e insiste per pagare i creditori concordati, ma il giudice glielo impedisce... E’ un caso di default? C’è da scomodare la berlina del default un’altra volta per l’Argentina?
...Ma non ricominciamo.

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