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  • Pubblicazione del 15 Ottobre 2014 ore 19.00
  
  

Argentina: il default favorisce Cristina

Presidenta Cristina, el jefe de gabinete, Jorge Capitanich, y el ministro de Economía, Axel Kicillof. Foto Casa Rosadadi Dante Ruscica

BUENOS AIRES- La crisi del debito pubblico, l’intricata vicenda degli holdouts (o buitres, come dicono qui), non sembra destinata ad esaurirsi a breve termine.
Sotto un certo aspetto è divenuta un pasticciaccio internazionale a sfondo burocratico-giudiziario: di quelli che possono trascinarsi senza fine.

Senza fine, ma non tanto -a ben pensare- date le conseguenze anche immediate che ne derivano. Tanto per cominciare, parrebbe che la carta d’identità dell’Argentina non ci guadagna sul piano internazionale, non pare ne esca una fedina penale ineccepibile. E questo non entusiasma certo investitori e investimenti, con evidenti ed ovvie “ricadute” sul piano interno. Per esempio, quel bel progetto del governo che puntava –pagando il Club di Parigi e facendo la pace con gli spagnoli della Repsol– ad aprire le porte proprio a nuovi capitali, non pare possa stare ancora in piedi…
Eppure il braccio di ferro continua. Il governo di Cristina Kirchner, per bocca della presidente e per dichiarazioni del ministro dell’Economia –il giovane Kicillof divenuto l’uomo forte della gestione non solo economica– insistono che non c’è default. Da New York il giudice Griesa dal canto suo non si scompone : io son la sfinge ed io son la chimera, pare dire come gli antichi mostri di Renan, ancorato alle sue (discusse) certezze. E la situazione non si muove. Nessuno riscuote, né creditori “buoni”, né avvoltoi. Il governo argentino si ritiene in una botte di ferro perché tanto –dice– noi i soldi li abbiamo versati ed è il giudice che li ha bloccati, noi abbiamo pagato...
E la giostra continua. Anzi, Cristina rilancia con virulenza e avvia la campagna nazionalista cara al peronismo di sempre: lo slogan è “Patria o buitres”, niente meno: con chiassose riunioni in pieno Luna Park che vogliono –a generazioni di distanza– spolverare l’antico storico slogan del giovane colonnello Perón che –dicono– all’inizio del 1946 vinse le sue prime elezioni con la proposta d’un dilemma analogo: Braden o Perón. E Braden era un curioso ambasciatore di Washington che voleva per forza mettere il naso nella campagna elettorale locale (tipo Griesa, appunto). Vinse Perón a furor di popolo...
Cristina Kirchner allora non c’era, ma conoscendo la storia e l’ardore nazionale dei suoi concittadini, ci prova.
Ci prova e, di fatto, dicono i sondaggi che sbandierando la rischiosa bandiera nazionalista ha ripreso una decina di punti di popolarità, che non guastano, certo, quando si deve fronteggiare una certa inflazione, l’incipiente recessione, le proteste dei sindacati e un’opposizione che pensa alle presidenziali dell’anno venturo.
Ci manca un anno, ma come fare per assecondare Cristina? La battaglia è sacrosanta dal punto di vista dell’interesse nazionale come lo intende la gente bombardata dagli slogan governativi, ma come fare a dare ragione a Cristina senza perdere la faccia, visto che l’opposizione definisce da tempo la gestione kirchnerista “governo corrotto e inadempiente” da abbattere?
Regna dunque lo sconcerto e l’incertezza.
E intanto l’Argentina vede sempre più in salita la sua marcia per tornare agli onori del credito internazionale...

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