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  • Pubblicazione del 15 Ottobre 2014 ore 19.00
  
  

Argentina, perchè no…

capitanich_conferencia_pr_10abr_img_8291-600di Gianni Grillo

BUENOS AIRES- La pausa delle vacanze pasquali s’è esaurita con il rituale rientro di migliaia di macchine assiepate in tutte le strade dalle diverse località turistiche e con i giornali zeppi di riferimenti a discorsi, omelie ed esortazioni di Papa Francesco.
Da lunedì, in agenda la ripresa del dibattito (e delle polemiche) sulla proposta di legge governativa per la revisione del diritto di sciopero o, meglio detto, per cercare di attenuarne gli eccessi.
Si tratta di una proposta che, venendo dal governo della signora Kirchner, ha il principale difetto di arrivare in ritardo, come da più parti segnalato.

Ma va detto anche che in Argentina si sta sviluppando da alcuni mesi questa curiosa (anche se prevedibile) situazione di un governo che accenna ad una svolta nel senso –in gran parte- reclamato da sempre dagli oppositori. La svalutazione. La riduzione dei sussidi. Il dietrofronte su un certo accordo con l’Iran. L’appello al Fondo Monetario. L’intenzione di trattare per risolvere il debito con il cosiddetto Club di Parigi che raccoglie da decenni diversi paesi (anche l’Italia) creditori dell’Argentina.

Tutte proposte e iniziative che -visti i precedenti- suonano nuove e sanno di svolta, appunto. Ma che sono viste quasi da tutti come tardive. Troppo tardi, si grida subito da più parti.
Certo, il clima politico, da quando -con gli scarsi risultati dello scorso ottobre- s’è visto che nessuna riforma era ormai possibile per favorire una ricadidatura di Cristina Kirchner l’anno venturo (sarebbe stata la terza), qui si parla sostanzialmente solo di elezioni presidenziali. Manca più di un anno, è vero, ma il clima è questo e nessuno pare disposto a fare concessioni al governo e riconoscere che “fa bene”, che sta cambiando, che dopo tutto…
No, ormai suona l’ora del coltello fra i denti. E ognuno bada al proprio mulino. I riferimenti al governo partono dalla premessa di fondo che siamo di fronte a “un ciclo esaurito” che non può produrre più nulla di buono. Pertanto diviene facile dire che misure, proposte e soluzioni ora presentate sono null’altro che frutto d’una situazione di crisi tutta da attribuire –si ragiona- ad errori e ritardi del governo stesso. E quindi…
E quindi anche questa proposta per regolare le manifestazioni di piazza (di questo si tratta alla fine), pur valida e pur più volte reclamata, suscita solo crescente opposizione con prese di posizione di politici, partiti, associazioni civili che si scandalizzano e sostengono che si finirebbe col ledere il democraticissimo diritto alla manifestazione di dissenso. Figurarsi.
In realtà si tratterebbe solo di impedire, in qualche modo, che di colpo, senza alcun preavviso, gruppi o solo gruppuscoli di persone imbandierate e con tanto di grancassa possano paralizzare il traffico in pieno centro, interrompere una autostrada in giornate chiave, bloccare distribuzioni e rifornimenti, ostacolare il passaggio di gente che va a lavorare, il tutto con le forze dell’ordine che danno le spalle, che guardano e non vedono…
Si tratterebbe di introdurre norme che esistono da sempre altrove, dappertutto, si può dire, ma proposte in questo momento in Argentina sono viste come mera speculazione elettorale, tardive, stonate e non credibili.
I tre governi Kirchner –dal 2003- si sono fatti paladini estremi in questa materia per tanto tempo e –va detto- questa sembrava, all’inizio, una giusta svolta in senso democratico: poter dimostrare senza limitazioni di sorta, in nessun caso, dopo le aspre tornate di dominio militare e di selvagge repressioni di cui si era scandalizzato il mondo intero.
Fu una politica portata avanti senza concessione alcuna. Fino all’assurdo –vale ricordarlo- del blocco per lunghi mesi dei ponti che portano in Uruguay. Il blocco, dopo tutto, d’una frontiera con l’estero. Eppure il governo non mosse un dito: rispettava la libertà di manifestazione e di protesta (contro una cartiera che dalla riva opposta del Plata intossicava l’aria d’una certa provincia argentina…) e non se ne poteva discutere.
Insomma: si tratta d’una questione che, ragionevolmente, un governo a un certo punto deve prendere in esame per risolverla. Ma in Argentina ora, in questa stagione, la soluzione proposta è oggetto di fortissima contestazione, collocata nel paniere governativo di una svolta che Cristina Kirchner dura fatica ad accreditare. E non solo sul fronte interno…

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