Giovedì, 26  Aprile 2018 14:05:03
  • Pubblicazione del 15 Ottobre 2014 ore 19.00
  
  

Umbanda: un’esperienza indelebile

 

La celebración do orisha Iemanjá photo by Toluayedi Giuliana Giannessi

San Paolo – Abito in Brasile da oltre venti anni e mi sono sempre interessata nel voler conoscere in profondità questo grande paese-continente, in modo speciale tutto quello che riguarda il folclore locale. Mi ero ripromessa che avrei visitato prima di tutto le famosissime ‘favelas’ ed anche qualche rituale spiritico.

Mi sono addentrata nelle favelas, accompagnata da una persona che conosceva l’ambiente e che aveva già avvisato che sarei andata a curiosare fra i loro vicoli. L’impressione è stata di continua meraviglia nell’introdurmi nei meandri dove era quasi impossibile andare una persona a lato dell’altra. Vista la minima distanza di una abitazione dall’altra.
Innanzitutto devo chiarire, anche se oggi tutti ne sono a conoscenza, che le ‘favelas’ sono delle grandi baraccopoli, cresciute ai margini delle città, costruite non solo con legno, ma anche in muratura. La loro caratteristica sta nell’essere semplici, non certo progettate da architetti, molto spesso costruite dagli stessi abitanti che si arrangiano in lavori di muratura, impianti elettrici, per la maggior parte molto pericolosi perché sfruttano cavi aerei dove già una quantità ingente di persone si è collegata, con rischio di incendi. Tutti si conoscono e tutti dividono un’esistenza, a volte, terribile. La grande scarsità di servizi igienici completa questo quadro dove è molto difficile condurre un’esistenza quantomeno normale anche se viene affrontata con molta dignità e tanto coraggio con la speranza recondita di riuscire a raggiungere un benessere, benché minimo, ma sempre di grande importanza. La più famosa favela brasiliana è quella che si trova a Rio de Janeiro (420 km da San Paolo) denominata Rocinha, di quasi 70.000 abitanti. Le ‘favelas’ di San Paolo hanno quasi tutte le stesse caratteristiche di quelle più famose che si trovano negli agglomerati ‘cariocas’.
In questo mio excursus paolistano, accompagnata dal mio angelo custode, ebbi l’occasione di conoscere una signora, che poi sarebbe diventata mia cognata, che, conoscendo la mia accompagnante, mi presentò alle persone più “importanti” della baraccopoli ed ognuna di esse mi raccontava la storia e le vicissitudini della propria esistenza, anche se non potevo comprendere tutte le parole.
Ad un certo punto mi ritrovai di fronte ad una signora vestita di bianco, con abiti lunghi fino ai piedi, una fascia in vita e delle collane con vari ciondoli. ‘Io sono ‘mãe do santo” e cominciò a cercare di farmi capire che cosa volesse significare. ‘Sono seguace dell’Umbanda” continuò e mi spiegò brevemente di che cosa si trattava. Ebbi modo di capire che l’Umbanda é una religione formatasi dentro la cultura religiosa brasiliana che ingloba vari elementi, incluso quelli di altre religioni come la cattolica, la spiritistica e le religioni afro-brasiliane. I seguaci hanno il culto degli Orixás che rappresentano manifestazioni divine. Si tratta di energie, forze della natura che sono presenti dappertutto, influenzando le persone ed irradiando energie che mantengono l’equilibrio naturale degli elementi in relazione all’universo.
Beh dopo tutte queste spiegazioni, ne uscii frastornata: anche se non avevo capito il significato al 100%, mi era rimasto in mente che si trattava di un culto con manifestazioni particolarmente interessanti. Ma una cosa la capii chiaramente: il loro lemma che così recitava “Dai gratis quello che gratis hai ricevuto: con amore, umiltà carità e fede.”
Mi prese la curiosità e chiesi di poter partecipare ad un rito. La mia proposta non fu molto ben accetta, ma non volevano essere scortesi con la mia conoscente ed accettarono la mia partecipazione, come osservatrice silenziosa, ad un rito che si sarebbe tenuto il giorno seguente.
All’ora stabilita venni accompagnata nel centro, chiamato ‘terreiro’ attendendo con ansia l’inizio del rituale. Un ritmo sempre più crescente di tamburi (atabacas) era parte dell’introduzione del rito. Poi seguirono i proseliti rigorosamente vestiti di bianco ed infine il “ Pai-de-santo” e la “Mãe-de-santo” (invitata speciale per l’occasione) che, come mi fu spiegato, erano il Sacerdote e la Sacerdotessa, con paramenti molto ricchi. Si tratta dei medium più esperti e con maggiori conoscenze, normalmente fondatori del “terriero”, coloro che coordinano le sessioni e che incorporeranno il guida-capo, che comanderà la spiritualità e la materialità durante i lavori.
Ad un certo punto, a causa di un caldo terribile e l’aria impregnata dall’odore dei sigari, mi decisi ad uscire. Venni raggiunta e consigliata di rientrare perché altrimenti avrei caricato su di me tutti i mali che venivano espulsi con il rituale.
Un’esperienza indimenticabile che mi è rimasta fino ad oggi in mente e con la grande curiosità di approfondire tutte quelle labili notizie che mi vennero date e non comprese appieno perché, venuta da poco tempo dall’Italia, conoscevo molto poco della realtà brasiliana.

 

Italian Media s.r.l. - via del Babuino, 99, Roma, c.a.p. 00187, p.IVA 09099241003, edita il settimanale Italiani con registrazione al Tribunale di Roma n. 158/2013 del 25.06.2013 - email: info@italianmedia.eu