• Pubblicazione del 15 Ottobre 2014 ore 19.00
  
  

La Maccheronizzazione dell’Italiano e in genere. (1° puntata)

Bancomat_in_lingua_latina-Foto_Seth_SchoenMaccheronico: già sentendolo questo termine suona strano e burlesco; non ha nulla a che vedere con “La prova del cuoco”, ma, non appena ci si accorge che è riferito alle lingue, si è portati a pensare che “maccheronico” tratti di un parlare in modo approssimato, così, tanto per fare o dire qualcosa o per farsi “intendere”. Bene! In effetti ci siamo quasi!
Tuttavia, il termine in questione è vagamente più aulico di quanto si pensi: bisogna intanto rifarci agli antichi poeti, che, nella loro pietas pagana, prima di scrivere un poema, chiedevano assistenza alla loro Musa, ponendovi l’invocazione a cappello; nel caso della poesia la Musa era Euterpe, armata di flauto; ma, accantoniamo questo per un attimo.

E veniamo ai secoli XV-XVII, in cui si forma una strana moda che dà luogo alla produzione di testi latino-maccheronici, di vari filoni con diversi fini, principalmente quello burlesco degli studenti: cioè di esprimersi in maniera dotta con un linguaggio latino (rispettandone in pieno grammatica e sintassi), ma ricolmo di grande quantità di parole italiane latinizzate, suscitando nell’ascoltatore una certa ilarità, talvolta amplificata da termini e concetti più o meno allegramente licenziosi.
Un esempio lo sono i seguenti tre versi di un famoso poemetto dedicato al personaggio Cingar, pauroso e tremebondo (un specie di Fantozzi rinascimentale); si può notare che, oltre grammatica e sintassi, si rispetta anche la metrica in esametri:
Solus ibi Cingar cantone tremebat in uno,
atque morire timens, cagarellam sentit abassum…
Undique mors urget, mors undique cruda menazzat
Allora, perché Maccheronico? Semplicemente perché gli antichi goliardi, nella allegria giovanile e, forse, anche nell’altrettanto giovanile appetito, fanno la loro invocazione introduttiva alle Muse, immaginandole sul monte Parnaso, fatto di torta, percorso da fiumi di zuppa di verdura mentre vi grattano sopra il formaggio “gratarolibus usque foratis”: intanto Euterpe, anziché invitata a suonare il flauto, suona nient’altro che… il Maccherone!!… la pastasciutta piaceva già da lungo tempo!!… e, per nostra fortuna, non è ancora passata di moda, finché non giungeranno futuri neo-proibizionismi… Ecco, perciò nascere il termine “Latino Maccheronico”.
Non voglio approfondire in nomi di poemi e di autori, dato che quello che intendo trattare nelle prossime puntate sarà la maccheronizzazione attuale della lingua italiana, ricostruita – si fa per dire - (già senza troppo rispetto di grammatica e sintassi) con termini non solo inglesi, bensì addirittura storpiati dall’Inglese, lingua nella quale assumono talvolta tutt’altri significati e, dulcis in fundo, con spostamenti di accenti dalla penultima sillaba alla terzultima (alla Stanlio e Ollio, tanto per capirci).
Una volta stabilito il concetto di maccheronizzazione, e il relativo trasporto all’italiano, preciso che il famigerato termine l’ho voluto scegliere con un pizzico, per non dire un pugno, di sana perfidia, con la quale potere indurre il lettore a dire a se stesso: “ohibo! È vero! Ma chi ce lo fa fare a dire certe cose e… in che modo!??!”, passando, quindi, dallo stupore ad una qualche forma di sorriso.

                                                                                                            (continua)

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