• Pubblicazione del 15 Ottobre 2014 ore 19.00
  
  

Apologia

di Roberto Mostarda - 

Per apologia si intende nel senso della parola greca ripresa poi nelle lingue moderne, la «difesa» in senso ampio di qualche cosa. Secondo l’antica procedura attica, si descriveva il discorso in propria difesa che l’accusato pronunciava personalmente. La più famosa quella di Socrate, ricordata nell’opera di Platone ed in una di Senofonte, in cui si riferisce il discorso che Socrate avrebbe pronunciato a sua difesa nel processo terminato con la sua condanna.
Quindi, estensivamente si dice apologia, il discorso pronunciato o scritto a difesa e spesso anche a esaltazione di sé e della propria opera, o di un’altra persona, di una fede, dottrina o anche difesa o esaltazione di fatti o comportamenti illeciti o comunque contrarî alle leggi, prevista e punita dal codice penale. Infine il nome designava nella liturgia antica alcune preghiere della messa, che il sacerdote recitava per implorare il perdono delle proprie colpe e delle quali, nella liturgia moderna, è rimasto il Confiteor (oggi salmo penitenziale) al principio della messa.

Dicevamo della difesa e/o esaltazione di comportamenti contrari alle leggi. Parliamo della apologia di reato (dal greco antico Από Λόγος e dal latino reatus) che consiste nell'apologizzare, cioè nell'esaltare o difendere pubblicamente un'azione riconosciuta reato dalla legge della nazione in cui si vive.
Nel diritto italiano l'apologia di reato è prevista in due differenti aspetti: il più noto divieto di apologia del fascismo, peraltro sanzionante la propaganda a favore della ricostituzione del partito Fascista e non la semplice "difesa elogiativa" (come sostenne un'importante sentenza della Corte Costituzionale, e il divieto di apologia di delitto previsto all'art 414, comma 3 del codice penale. Contrariamente a quanto diffuso comunemente, infatti, l'ordinamento sanziona solo l'apologia dei delitti, cioè i reati particolarmente gravi, lasciando l'apologia delle contravvenzioni un comportamento legittimo.
Differente è l'istigazione a delinquere trattata appunto dall'art. 414 c.p. e sanzionante l'istigazione a commettere reati, delitti o contravvenzioni che siano. Secondo la Suprema Corte (sentenza n. 40552/2009), "l'elemento oggettivo dell'apologia di uno o più reati punibile ai sensi dell'art. 414, comma terzo codice penale, non si identifica nella mera manifestazione del pensiero, diretta a criticare la legislazione o la giurisprudenza o a promuovere l'abolizione della norma incriminatrice o a dare un giudizio favorevole sul movente dell'autore della condotta illecita, ma consiste nella rievocazione pubblica di un episodio criminoso diretta e idonea a provocare la violazione delle norme penali, nel senso che l'azione deve avere la concreta capacità di provocare l'immediata esecuzione di delitti o, quanto meno, la probabilità che essi vengano commessi in un futuro più o meno prossimo.
Questa la norma e la legge. Fare, come ha fatto un deputato di 5Stelle, delineando che in determinate condizioni (come quelle in Medio oriente), sia ipotizzabile l’uso del terrorismo per far valere i propri diritti seppure quale ultima ratio, rientra perfettamente nell’ipotesi di reato prevista dal codice penale. Solo che il suddetto non è un semplice cittadino, ma un parlamentare vicepresidente della commissione esteri della Camera!
Questa la realtà, anche se immaginiamo i peana per la libertà di pensiero e di opinione che ha un unico limite: l’istigazione a delinquere!

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